giovedì 10 maggio 2012

La «Belle Époque» fu davvero un'epoca “bella”?


Ancora oggi la chiamiamo Belle Époque, l'epoca bella per eccellenza, con i suoi café chantant, le vie illuminate da lampadine elettriche, il fischio dei treni nelle stazioni, le prime automobili. Un'epoca di ottimismo, di grandi conquiste in tutti gli ambiti del sapere, di invenzioni rivoluzionarie e rapidi cambiamenti.

La Tour Eiffel in costruzione, 1888
Ma era proprio così? Cosa c'è di vero nella immagine romantica e anche un po' nostalgica che abbiamo del periodo che va dal 1870 al 1914?

Qualcosa di vero c'è.
Innanzitutto, la Belle Époque fu un lungo periodo di pace, come non se ne erano mai visti in Europa dai tempi dell'Impero romano. Per millequattrocento anni e oltre, dalle invasioni barbariche in poi, l'Europa era stata attraversata quasi ininterrottamente da conflitti piccoli e grandi, e i periodi di pace erano durati sempre pochissimi anni. Con la fine della guerra franco-prussiana, nel 1871, il continente entrò in una fase nuova, nella quale le potenze non avrebbero più fatto ricorso alle armi per almeno quarant'anni. I conflitti furono tutti confinati al di fuori dello spazio europeo, nelle lontane colonie.

Questo nuovo clima permise una straordinaria fioritura culturale, dominata dal pensiero del positivismo: fiducia nell'uomo e nelle capacità del progresso di migliorare la vita di tutti. In quest'epoca nacquero nuove discipline di studio, si riorganizzò il sapere tradizionale su basi rigorosamente scientifiche, si ebbe una incredibile concentrazione di nuove scoperte e invenzioni che avrebbero cambiato la vita dell'umanità in brevissimo tempo. Si gettavano le basi materiali e culturali del mondo contemporaneo, quella civiltà industriale e urbanizzata che avrebbe dominato il Novecento.

Dettaglio de Il Quarto Stato. 1901
Ma la generale euforia determinata da questa singolare coincidenza di elementi positivi celava già in sé i germi di futuri conflitti e tragedie. L'avvento dell'industria, se da una parte consentiva di raggiungere inimmaginabili livelli di sviluppo, dall'altra provocava acute tensioni sociali. Migliaia di contadini abbandonavano le campagne e si riversavano nelle città in cerca di lavoro nelle fabbriche, per avere la sicurezza di un salario fisso. Nelle periferie urbane crescevano agglomerati degradati e privi di servizi essenziali, dove la criminalità, l'emarginazione e l'insalubrità dei luoghi dominavano. La vita quotidiana di questa nuova classe sociale in rapida crescita, il proletariato, era segnata dalla fatica e dalla miseria, sulle quali i nuovi signori del capitalismo rampante costruivano le proprie grandi fortune. Il Moulin Rouge, le Esposizioni universali, i viaggi di lusso in transatlantico, le prime automobili: simboli della Belle Époque ma accessibili solo a pochi, mentre i molti, chiusi nelle fabbriche anche quattordici ore al giorno, cominciavano a conoscere parole nuove come lotta, rivoluzione, diritti, socialismo.

La Belle Époque è anche l'epoca dei nazionalismi, delle tensioni fra popoli diversi all'interno di immense compagini multietniche come l'Impero austro-ungarico, quello ottomano e quello russo, tutti attraversati da agitazioni, movimenti d'indipendenza, fanatismi sciovinisti che non di rado sfociavano nel terrorismo e negli attentati ai potenti. Ma furono anche tensioni internazionali, dovute alla concezione imperialistica che le potenze europee avevano della politica estera. Fu un periodo di pace, certo, ma di una pace apparente, che nascondeva questioni insolute pronte a riesplodere anche con violenza.

Tutte le nazioni dell'epoca, mettendo a frutto i progressi della scienza e della tecnica, potenziavano ed espandevano i loro arsenali bellici, pronte a difendersi ma anche ad aggredire, in una specie di delirio di onnipotenza in cui nessuno considerò realmente le conseguenze di un'eventuale conflitto su larga scala.

La Belle Époque finì di colpo nel 1914, risucchiata nel baratro della Prima guerra mondiale: l'intreccio di tensioni e interessi contrapposti fra le varie potenze che si era sedimentato in oltre quattro decenni aveva trasformato l'Europa in una polveriera che cercava solo l'occasione per esplodere. La miccia fu l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Austria a Sarajevo, ma fu solo il pretesto per dare il via libera alla follia. L'epoca del positivismo, della fiducia nel progresso e nello spirito dell'uomo, finì schiacciata dai suoi stessi frutti, quei ritrovati della scienza che adesso venivano messi al servizio della distruzione. L'Europa entrò in una fase nuova, all'ottimismo subentrava lo smarrimento, la fine delle certezze, la consapevolezza che l'uomo moderno poteva essere capace di un male sempre più grande.

Il Moulin Rouge in un quadro di Eugéne Galien-Laloue (1906)
Forse la Belle Époque appare molto più “bella” e spensierata a chi la guarda col senno di poi che a coloro che la vissero. Contribuiscono ad alimentare questo mito la letteratura, i romanzi vittoriani, la pittura impressionista e tutte quelle forme d'arte che hanno esaltato il meglio di quegli anni. All'analisi storica, invece, non sfuggono le contraddizioni e le ambiguità di quel periodo, che la formula ormai cristallizzata di Belle Époque finisce spesso col nascondere e sminuire.


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