In quali paesi del mondo si concentrano maggiormente le persone che si dichiarano atee? Quali sono, in altre parole, le nazioni più laiche? Una ricerca condotta nel 2012 dalla Gallup International prova a dare una risposta a questi interrogativi, individuando i tassi di religiosità in 40 paesi (circa 50.000 intervistati).
Sulla base di questo sondaggio il Washington Post ha ricavato una mappa (incompleta, visto che si tratta di una ricerca a campione) della distribuzione degli atei nel mondo, come vediamo qui sotto.
La più alta concentrazione di persone che si dicono senza dubbio atee si registra in Cina, al primo posto con un massiccio 47%. Il secondo posto è occupato dall'altra grande potenza dell'estremo oriente, il Giappone (31% degli intervistati), tallonata da vicino dalla Repubblica ceca, primo paese europeo per tasso di ateismo con il 30%, e dalla Francia (29%). Seguono, con percentuali fra il 15% e il 10%, Corea del Sud, Germania, Paesi Bassi, Austria, Islanda, Australia e Irlanda.
Le motivazioni di tali concentrazioni sono prevalentemente di natura storica.
Come osserva anche Max Fisher del Washington Post, il potere in Cina è sempre stato scettico nei confronti delle religioni organizzate, che potevano rappresentare una minaccia per la propria stabilità. Alla metà del XIX secolo la rivolta dei Taiping, una setta religiosa di ispirazione cristiana con elementi sincretistici, provocò una sanguinosa guerra civile che espose la Cina alla penetrazione delle potenze europee. Il regime maoista ha apertamente avversato sia le religioni provenienti dall'Occidente sia quelle tradizionali, perpetrando la distruzione di templi e reliquie durante la Rivoluzione culturale degli anni '60-'70. Anche se oggi l'atteggiamento del governo comunista nei confronti delle fedi si è ammorbidito, il sentimento comune della popolazione rimane profondamente laico.
In Giappone persiste invece un'osservanza molto formale ed esteriore delle pratiche religiose - soprattutto nel caso dei riti nuziali - ma di fatto la religiosità del paese non è mai più tornata ai livelli precedenti la Seconda guerra mondiale, quando il regime imperiale nazionalista si legò molto alle tradizioni scintoiste. Questo atteggiamento di diffidenza verso una religiosità troppo intensa ha portato a preoccupanti fenomeni di "de-conversioni" forzate da parte di familiari che cercano di recuperare un congiunto da una credenza giudicata estrema, come i Testimoni di Geova.
Nella Repubblica ceca, come in altri paesi dell'ex blocco sovietico, l'ateismo diffuso è senz'altro un retaggio dell'ideologia comunista. Ma qui ha raggiunto percentuali più alte che altrove, segno di una laicizzazione più profonda della società ceca rispetto ad esempio a quella romena o alla stessa Russia. Stesso fenomeno si riscontra anche in Germania, dove la parte orientale - l'ex repubblica socialista della Ddr - fa da traino all'intero paese sul terreno della laicità. Qui, e in generale nel Nord Europa, l'influenza della religione è stata fortemente ridimensionata a seguito della riforma luterana, delle rivoluzioni borghesi e, nel caso della Germania Est, dell'avvento del socialismo.
In Francia la laicità è stato uno dei valori su cui si è fondata la Rivoluzione del 1789, durante la quale la religione fu combattuta e avversata in nome della Ragione. Il cristianesimo fu considerato all'origine dell'oscurantismo che aveva soggiogato i popoli ai poteri dell'Ancien Régime e fu additato come causa di superstizioni e ignoranza. Non sorprende quindi che questa impronta culturale sia rimasta profondamente impressa nello spirito dei francesi.
Quanto all'Italia, lo studio in questione la pone al diciassettesimo posto con un 8% di atei convinti, registrando una crescita del 2% rispetto alla rilevazione del 2005. A questo dato si accompagna anche un costante calo nel numero dei battesimi, che secondo una ricerca del Pew Forum on Religion and Public Life si è accentuato negli anni del pontificato di Benedetto XVI. Ma la percentuale di coloro che si dichiarano credenti si mantiene ancora alta, col 73% degli intervistati. In base ad un'indagine dell'aprile 2012 condotta da due ricercatrici italiane vi è però un 41% di individui che pur affermando di seguire la religione cattolica non si considerano persone spirituali «come se la fede - spiegano le due studiose - fosse un valore culturale, le cui radici vanno cercate nella tradizione e nell'abitudine».
Negli Stati Uniti il sentimento religioso rimane molto forte e diffuso: si registra appena il 5% di atei (26esimo posto), ma con un aumento di ben quattro punti percentuali in appena sette anni.
Al di là delle specifiche vicende nazionali, il declino delle religioni, soprattutto i tre grandi monoteismi, è un fenomeno riconosciuto a livello globale ormai da anni e il trend sembra affermarsi anche in paesi tradizionalmente religiosi (sorprende a questo proposito il 5% di atei convinti dichiaratisi in Arabia Saudita, paese fortemente intollerante verso i non credenti, ma anche il 10% registrato in Irlanda).
Inoltre va ribadito che la ricerca, basata su un campione di quaranta paesi, fotografa la distribuzione territoriale di coloro che si dichiarano "atei convinti". Ciò significa che sommando ad essi tutti coloro che si considerano agnostici o semplicemente "non-religiosi" si arriva a percentuali ancora più alte, in alcuni casi superiori al 50%.
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Photo credits: Washingtonpost.com
venerdì 31 maggio 2013
venerdì 5 aprile 2013
Come riconoscere i fascismi
Nelle fasi di crisi economica e politica nascono spesso nuovi movimenti che si propongono di risolvere in modo drastico i problemi di un paese. C'è però il rischio che dietro l'entusiasmo innovatore e le buone intenzioni di molti si nascondano pulsioni antidemocratiche ed autoritarie, magari inconsapevoli ma non per questo meno allarmanti.
Come si fa a smascherare i cripto-fascismi, a identificare la natura fascista di un qualsiasi movimento politico? Ci viene in aiuto a questo proposito
uno scritto di Umberto Eco del 1995, un saggio molto breve nel quale
l'intellettuale piemontese delinea le caratteristiche fondamentali di
tutti i fascismi, ossia di tutti quei fenomeni che a partire dal
modello mussoliniano hanno replicato, in forme e con contenuti
diversi, uno stesso sistema identitario e politico.
Uno schema per riconoscere il fascismo ovunque si annidi, avendone ben presenti le caratteristiche fondamentali, i punti comuni a tutte le concrete incarnazioni che storicamente si sono determinate (il fascismo italiano, il nazismo, il franchismo, il peronismo e molti altri). Possiamo definirlo come un identikit del fascismo nella sua forma astratta, al netto delle varianti storiche.
Uno schema per riconoscere il fascismo ovunque si annidi, avendone ben presenti le caratteristiche fondamentali, i punti comuni a tutte le concrete incarnazioni che storicamente si sono determinate (il fascismo italiano, il nazismo, il franchismo, il peronismo e molti altri). Possiamo definirlo come un identikit del fascismo nella sua forma astratta, al netto delle varianti storiche.
Eco lo
chiama infatti Ur-Fascismo, o “fascismo eterno”, ossia il
fascismo nella sua intima essenza. Il prefisso “Ur-” viene dal
tedesco ed è utilizzato per indicare la variante primigenia del
concetto a cui si accompagna, la sua versione archetipica.
Ur-Fascismo è quindi un idealtipo, un insieme di elementi che in numero variabile sono rintracciabili nelle diverse forme di
fascismo instaurate in molte parti del mondo nel XX secolo. Perché
un movimento si configuri come fascista non è necessario che si
presentino tutti questi tratti contemporaneamente:
rintracciarne anche uno solo è già sufficiente per metterci in
allarme.
Secondo
Eco, l'Ur-Fascismo presenta le seguenti caratteristiche fondamentali:
1) Il
culto della tradizione. I fascismi si rifanno ad una qualche
dimensione mitica di ordine ed equilibrio collocata in un passato
remoto e nascosta dal velo di antiche lingue morte. La cultura non è
quindi avanzamento del sapere, ma recupero di quel messaggio
originario, che può avvenire con l'aiuto di autori e pensatori molto
diversi fra loro, in una ricerca di tipo sincretistico.
2) Il
rifiuto del modernismo, in quanto negazione della tradizione, ma non
rifiuto della tecnologia: i fascismi vanno fieri dei loro progressi
tecnologici, ma rigettano ciò che è moderno sul piano delle idee e
dei valori. Tutto ciò che l'Illuminismo e le rivoluzioni americana e
francese hanno portato sulla scena politica – uguaglianza, diritti
umani, razionalismo – vengono considerati degenerazioni. Ad essi si
contrappone un forte irrazionalismo.
3) Il
culto dell'azione per l'azione e il rifiuto del pensiero critico.
L'impulsività, l'istinto, l'azione come atto estetico vengono
preferiti alla riflessione, che è un freno alla libertà dello
spirito umano e un segnale di tentennamento e di debolezza. Da qui il
sospetto e l'avversione verso la cultura e gli intellettuali.
4) Il
disaccordo come tradimento. Esercitare lo spirito critico porta a
operare delle distinzioni, ad assumere posizioni contrastanti, grazie
alle quali il pensiero umano cresce e progredisce. L'Ur-Fascismo
rifiuta tutto questo e tratta il disaccordo come tradimento,
celebrando al contrario l'unità, il pensiero unico, la concordia in
seno alla tradizione.
5) La
paura del diverso. Proprio in ossequio al principio del pensiero
unico e della condanna delle differenze, l'Ur-Fascismo chiama alla
lotta contro il diverso, lo straniero, il non-allineato: è razzista
per definizione. Ed è esasperando queste paure irrazionali che i
fascismi costruiscono il consenso.
6)
L'appello alle classi medie frustrate. L'Ur-Fascismo trova terreno
fertile nel malessere delle classi pressate da crisi economiche o
sconfitte politiche e spaventate dalle rivendicazioni delle classi
subalterne.
7)
L'ossessione del complotto. Per dare unità a masse vaste ed
eterogenee, l'Ur-Fascismo ricorre allo spauracchio del nemico
esterno, appellandosi al nazionalismo e alla xenofobia. Ma il nemico
deve essere anche interno, facile da riconoscere e da attaccare.
8) I
nemici sono molto forti ma anche molto deboli. L'Ur-Fascismo dà ai
suoi seguaci dei nemici da odiare, il che funziona tanto meglio
quanto più questi ultimi vengono rappresentati come ricchi,
tracotanti, privilegiati. Ma allo stesso tempo devono apparire
abbastanza deboli da dare agli adepti l'idea di poterli sconfiggere.
Secondo Eco questa ambigua rappresentazione del nemico fa sì che i
fascismi siano destinati a perdere sempre le loro guerre in quanto
incapaci di valutare obiettivamente le forze del nemico.
9) La
vita è guerra permanente, il pacifismo è collusione col nemico. La
retorica guerresca è il cuore del pensiero fascista e implica
l'esistenza perenne di un nemico da combattere. L'idea che uno
scontro risolutivo porti alla vittoria e quindi a una nuova era di
pace è, secondo Eco, una delle contraddizioni che i fascismi non
hanno mai risolto.
10)
L'elitismo di massa. I seguaci devono sentirsi parte di un'élite, di
un gruppo eletto che può e deve estendersi all'intera nazione. Allo
stesso tempo il leader deve coltivare il senso di debolezza delle
masse, che devono continuare a sentire il bisogno di una guida
autoritaria. Nella gerarchia così instaurata, il forte domina il
debole a lui sottoposto, ma quest'ultimo continua a sentirsi parte di
un'élite apparentemente egualitaria.
11) Il
culto dell'eroismo. Nell'ideologia ur-fascista tutti sono chiamati a
diventare eroi, tutti sono educati per essere i migliori, cosicché
l'eccezionale diventa normale. Ad esso è associato il culto della
morte, vera e desiderabile ricompensa per una vita straordinaria. In
questa impazienza di morire, chiosa l'autore, all'eroe ur-fascista
“riesce più di frequente far morire gli altri”.
12) Il
machismo. La retorica della guerra e dell'eroismo vengono sublimate
nella sfera sessuale: la potenza dominatrice del maschio si esercita
nei confronti della donna ma anche di tutti i comportamenti sessuali
non conformisti, come l'omosessualità e la castità. L'Ur-Fascismo
canalizza le pulsioni guerresche nel sesso e, viceversa, le armi sono
vissute come surrogati fallici.
13) Il
Populismo qualitativo. Mentre in democrazia le decisioni si prendono
a maggioranza e quindi secondo un principio quantitativo, in una
realtà ur-fascista il Popolo è rappresentato come un'entità
monolitica portatrice di una volontà unica di cui il leader è
interprete. In questo modo, privato di ogni potere di delega e di
ogni diritto ad una varietà di opinioni, il Popolo non ha peso come
quantità, ma come simbolo, come un semplice attributo del capo. In
un'epoca dominata da tv e internet, l'Ur-Fascismo può presentare
l'opinione di un gruppo di selezionati come “la voce del popolo”.
Proprio per questo, l'Ur-Fascismo si oppone alle classi dirigenti al
potere delegittimando il Parlamento in quanto non più
rappresentativo della “volontà del popolo”.
14) La
“neolingua”. L'Ur-Fascismo parla una lingua propria, fatta di
parole d'ordine ed epiteti simbolici, di formule e di motti. In
questo modo deprime le capacità critiche, offrendo sintesi comode ed
efficaci in luogo di ragionamenti faticosi. La neolingua, inoltre,
rafforza l'identità collettiva.
In
conclusione, Eco scrive: “L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!" Ahimè, la vita non è così facile. L'Ur-Fascismo può ancora tornare sotto
le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di
puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in
ogni parte del mondo”.
C'è qualche fenomeno contemporaneo nel quale riconoscete anche uno solo di questi elementi?
C'è qualche fenomeno contemporaneo nel quale riconoscete anche uno solo di questi elementi?
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giovedì 6 dicembre 2012
Una lezione dal passato sul futuro dell'euro
«Nessuna
unione monetaria è sopravvissuta senza una unione politica e
fiscale». Ad affermarlo sono gli economisti americani Nouriel
Roubini e Arnab Das, i quali prevedono un futuro turbolento per
l'euro se i legami fra gli stati europei non si faranno più stretti.
Ma a quale precedente storico si rifanno i due?
La
vicenda è poco nota, ma già a partire dall'Ottocento furono tentati
dei primi esperimenti di libera circolazione monetaria su scala
sovranazionale, destinati a mettere in luce gli elementi di forza e
quelli di debolezza di un sistema di questo tipo.
Il
primo passo fu compiuto nel 1857, quando lo Zollverein, il mercato
comune degli stati tedeschi, siglò un accordo di collaborazione
monetaria con l'Austria. Il patto ebbe breve durata e ben scarsi
risultati, finendo travolto dalle rivalità fra austriaci e prussiani
sfociate in guerra nel 1866.
![]() |
| Napoleone III, imperatore dei Francesi |
L'idea
però era piaciuta a Napoleone III, che nel 1865 tenne a battesimo
l'Unione monetaria latina, un'area di scambio valutario ancorata al
franco nella quale confluirono la Francia, l'Italia, la Svizzera e il
Belgio. Negli anni seguenti vi presero parte anche la Grecia,
l'Austria, la Romania, la Bulgaria, la Serbia e varie nazioni
coloniali come Eritrea, Congo, Tunisia e Porto Rico, per un totale di
ben trentadue aderenti. Per i contemporanei si trattò di un
passo fondamentale verso la creazione di una moneta universale, un
precedente che, auspicabilmente, avrebbe ispirato la nascita di nuove
federazioni simili.
Il
progetto suscitò l'ostilità dell'Inghilterra, che temeva un
rafforzamento delle economie del continente a discapito della City. L'economista britannico Walter Bagehot, mentre elaborava
un piano di alleanza con gli Stati Uniti in funzione di contrattacco,
sostenne che l'unione monetaria finisse con l'indebolire le valute
che vi circolavano, innescando fenomeni inflazionistici.
Malgrado le
difficoltà, l'unione voluta da Napoleone III ebbe lunga vita e fu
sciolta solo nel 1927, dopo essere sopravvissuta anche alla prima
guerra mondiale. Ciò fu possibile perché di fatto essa non
influenzava le politiche fiscali e monetarie dei singoli stati
membri, che in ambito economico continuavano ad esprimere la loro
piena sovranità. L'Unione latina non era che una scatola vuota,
un'affermazione di principio che non imponeva vincoli o parametri da
rispettare. Fu questa debolezza a favorirne la longevità.
![]() |
| Centesimi di euro |
L'euro,
invece, si fonda su legami economici molto stretti fra i paesi
membri, ma, come sottolineano Roubini e Das, le sue difficoltà
nascono proprio dalla insufficiente coesione politica fra i vari
stati. L'assenza di un forte organismo statuale centrale, capace di
dettare una politica fiscale unica, è da molte parti indicato come
il vero punto debole dell'eurozona. La prospettiva di rinunciare a
qualche pezzo della propria sovranità è ancora avversata con forza
dai governi nazionali, anche quelli più europeisti.
Che sia questo
il nodo fondamentale da sciogliere per il futuro dell'euro e
dell'intero progetto di unificazione europea è testimoniato anche
dalle parole dell'economista belga Albert Janssen, che già nel 1911
scriveva: «Senza dubbio c'è qualcosa che seduce gli spiriti e che
colpisce l'immaginazione nella fraterna unione dei popoli sul terreno
monetario... Nelle condizioni attuali il regime monetario deve essere
nazionale e deve essere regolato dalla legge di uno Stato
indipendente. L'unione politica deve precedere la comunità
monetaria».
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Photo credits: "Centesimi di euro" Julien Jorge
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martedì 23 ottobre 2012
Una città italiana in Cina
Capitate in una nuova città e vi
trovate a passeggiare lungo via Roma, ad ammirare piazza Dante, a
fare acquisti lungo corso Vittorio Emanuele. Nulla di straordinario,
se non fosse che queste strade, costeggiate da edifici in stile
versiliese, si trovano a Tianjin, nel cuore della Cina, una metropoli
di quasi tredici milioni di abitanti a circa due ore di viaggio da
Pechino.
Quello che ora è solo un piccolo
quartiere all'interno di una grande città costituiva nel secolo
scorso la Concessione italiana di Tientsin, un'entità territoriale
autonoma all'interno del Celeste impero, assegnata nel 1902 al Regno
d'Italia come tributo per la vittoria delle potenze europee nella guerra dei Boxer. L'Italia aveva dato un suo piccolo
contributo militare alla repressione del movimento antioccidentale ed aveva ottenuto
in cambio 124 acri di terreno nel borgo di Tientsin (secondo la vecchia traslitterazione), accanto alle
altre concessioni francese e austro-ungarica.
![]() |
| Piazza Marco Polo negli anni Quaranta. |
Gli italiani
disegnarono e costruirono la città secondo il proprio gusto
estetico, tracciando viali alberati e piazze, abbellendo i luoghi con
giardini e fontane. Sorsero via Trieste e Trento, via Firenze, piazza
Regina Elena e altri luoghi dai nomi evocativi di ogni città italiana,
secondo una toponomastica ancora oggi indicata da cartelli bilingui.
Non mancarono gli edifici di culto cattolici, come la chiesa del Sacro Cuore,
realizzata in uno stile che ricorda la basilica di Santa Maria delle
Grazie a Milano, e che fu anni dopo trasformata in una sala giochi.
La concessione di Tientsin, con a capo
un console italiano, godeva di piena autonomia, come una città-stato,
con proprie leggi, un proprio microesercito e istituzioni
indipendenti come la scuola, la caserma, l'opificio e una banchina
riservata nel porto fluviale. La componente italiana mantenne un
iniziale distacco dall'elemento locale, ma le barriere etniche e
sociali lentamente si abbassarono e nel 1934 la colonia contava 366
italiani che vivevano a stretto contatto con circa cinquemila cinesi.
Proprio in quegli anni giunse a Tientsin anche Galeazzo Ciano, genero
di Mussolini e suo ministro degli esteri, il quale era convinto di
poter esportare il fascismo in Cina e diffonderlo proprio a partire
dalla piccola colonia italiana. Il progetto naturalmente fallì, ma
del passaggio del gerarca in Oriente rimase comunque un segno: un
casinò, che fece fiorire in città il gioco d'azzardo.
![]() |
| Francobollo delle poste di Tientsin con l'immagine di Vittorio Emanuele III (1916) |
Fra gli italiani di Tientsin vi furono
anche alcuni personaggi che arrivarono a ricoprire ruoli importanti
nella vita pubblica locale. Evaristo Caretti divenne il direttore
generale delle Poste cinesi, l'ingegnere Gibello Socco fu messo a
capo delle ferrovie della Manciuria, mentre Quirino Gerli e Armando
De Luca occuparono la direzione delle Dogane nazionali.
Con lo scoppio della Seconda guerra
mondiale l'Italia prese le armi al fianco del Giappone, che aveva
aggredito la Cina perpetrando massacri e deportazioni anche più
gravi, per numero di vittime, di quelli che avvennero nell'Europa
occupata dai nazisti. Con l'armistizio dell'8 settembre 1943 il
piccolo contingente militare di Tientsin fu annientato dalle truppe
giapponesi di stanza nella regione, mantenuta sotto controllo
nipponico fino alla fine del conflitto.
La piccola Viareggio lungo il fiume
Hai-Ho seguì il destino dell'Italia sconfitta e cessò di esistere,
insieme a tutte le altre colonie italiane, nel 1945, dopo 43 anni di
autonomia. Le architetture liberty, le belle ville in art déco e i
viali alberati caddero nell'oblio, fagocitate dalla nuova Cina che si
riappropriava del suo territorio martoriato e si trasformava nella
Repubblica popolare sotto la guida di Mao e del Partito comunista. Il
ricordo stesso della Tientsin italiana, piccolo quartiere pittoresco
di quella grande metropoli che è oggi Tianjin, si è quasi perso del
tutto. Pochissimi conoscono la storia di quell'angolo di Italia
trapiantato in Cina, la cui memoria sembra vivere ormai solo nelle
cartoline d'epoca vendute all'Hotel Hyatt, accanto alla grande
stazione ferroviaria.
![]() |
| Architetture italiane nell'odierna Tianjin |
Eppure, proprio in questi anni di
forsennato sviluppo economico, la Cina sta cominciando a
riconsiderare anche quegli aspetti della cultura e del patrimonio
storico che per molto tempo sono stati trascurati, addirittura
osteggiati dalle politiche del governo comunista. Sono nati progetti
di restauro e recupero dell'antica colonia italiana, da offrire come
meta insolita ai milioni di turisti che ogni anno visitano la Cina e
che sono in costante aumento. La buona stella di Tianjin si chiama
Wen Jiabao, primo ministro della Repubblica popolare nato proprio
qui, nella città che si piazza al quarto posto nel paese per numero
di abitanti. Il recupero del quartiere italiano è prima di tutto un
affare economico, per una nazione in pieno boom, ma è anche il segno
di una nuova cultura della conservazione e della memoria che sembra
farsi largo nella dirigenza politica di questo gigante asiatico.
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Photo Credits.
"Architetture italiane nell'odierna Tianjin": TJArchi-Studio
domenica 7 ottobre 2012
Il mito della battaglia di Lepanto
È
uno degli episodi storici più citati nel dibattito pubblico, quando
si parla di rapporti fra Cristianesimo e Islam. E quasi sempre, va
detto, viene citato a vanvera. È la battaglia di Lepanto, il grande
scontro navale fra le forze dell'Europa cristiana e quelle dei turchi
musulmani che ebbe luogo il 7 ottobre 1571 nelle acque del golfo di
Corinto, in Grecia. La retorica cristiana celebrò quella vittoria
sugli ottomani come un trionfo epocale, che aveva salvato l'Europa
dal pericolo di un'invasione islamica e ne aveva difeso le radici
religiose e l'indipendenza. L'entusiasmo che la notizia suscitò nel
continente contribuì alla nascita del “mito”, vivo ancora oggi,
secondo cui fu uno scontro decisivo per le sorti della cristianità.
Ma si tratta, appunto, di retorica.
Che cosa ha rappresentato in
realtà la vittoria di Lepanto?
![]() |
| La battaglia di Lepanto in un dipinto di Andrea Vicentino (Venezia, Palazzo Ducale) |
Poco, stando almeno alle conseguenze politiche. La battaglia non fu che un episodio dell'eterno conflitto fra cristiani e musulmani, che sarebbe continuato ancora nei secoli successivi. L'ostilità fra le potenze europee e i turchi ottomani aveva radici lontane, rintracciabili nella stessa epopea delle Crociate, conclusasi ormai da due secoli. Tuttavia, lo “spirito di crociata” continuava ad animare molti monarchi europei, in particolare i re di Spagna, che si consideravano i primi difensori della fede cattolica e individuavano i loro nemici non soltanto negli “infedeli” musulmani, ma anche negli “eretici” protestanti e calvinisti che imperversavano nel continente dopo la Riforma luterana.
Ma
l'attrito con i turchi era solo in parte motivato da questioni
religiose. Ben più dannosi per gli interessi occidentali erano gli
assalti e le scorrerie dei pirati musulmani, che depredavano le
flotte e i porti del Mediterraneo rendendo insicure le tradizionali
rotte commerciali. Navi ottomane arrivarono a spingersi anche oltre
lo stretto di Gibilterra, razziando le coste atlantiche fino al mar
Baltico. La Spagna di Filippo II avvertiva con urgenza la necessità
di un'azione dura e risolutiva contro i pirati «barbareschi», ma si
risolse ad intervenire solo dopo la conquista turca di Cipro, che nel
1570 venne strappata alla repubblica di Venezia.
Di fronte ad uno smacco strategico così significativo, papa Pio V riuscì a coalizzare attorno a sé una Lega Santa composta, oltre che dalle forze pontificie, da spagnoli e veneziani, con la presenza anche di Genova e altri stati italiani. Il comando fu affidato a don Giovanni d'Austria, fratello naturale di Filippo II.
Di fronte ad uno smacco strategico così significativo, papa Pio V riuscì a coalizzare attorno a sé una Lega Santa composta, oltre che dalle forze pontificie, da spagnoli e veneziani, con la presenza anche di Genova e altri stati italiani. Il comando fu affidato a don Giovanni d'Austria, fratello naturale di Filippo II.
![]() |
| La vittoria cristiana fu attribuita all'intervento della Madonna del Rosario |
La
battaglia segnò una schiacciante vittoria militare della coalizione
italo-spagnola, che distrusse buona parte della flotta ottomana di
Selim II e liberò migliaia di schiavi cristiani. L'emozione fu
grande in tutta Europa e suscitò manifestazioni spontanee di gioia e
celebrazioni. Non mancarono gli eccessi: in Spagna furono attuate
dure persecuzioni nei confronti dei moriscos, gli islamici
battezzati, i quali venivano accusati di non essersi convertiti
sinceramente al cattolicesimo e di continuare a professare in segreto
la loro fede. La dimensione religiosa della vittoria fu la più
enfatizzata: la convinzione che il trionfo fosse stato propiziato
dalla Vergine diede nuovo slancio al culto della Madonna del Rosario e
diede alla Cristianità la sensazione di essersi liberata da un lungo
incubo.
In
realtà, la pur netta vittoria militare, col suo significato
psicologico di liberazione da un'antica minaccia, non ebbe alcuna
conseguenza politica di rilievo. Venezia fu comunque costretta a
riconoscere il possesso ottomano dell'isola di Cipro, che pure aveva
rappresentato il casus belli. La flotta turca fu rapidamente
ricostruita, mentre rimasero di fatto invariati gli assetti
territoriali e i rapporti di forza reciproci. Che la battaglia abbia rinsaldato i legami di solidarietà fra le potenze cristiane è vero solo in parte: alla Lega Santa non aderì infatti la Francia, intenzionata a non compromettere le proprie relazioni diplomatiche con il sultano e a non favorire un trionfo della Spagna.
L'unico vero significato della vittoria di Lepanto fu la dimostrazione che i tanto temuti turchi potevano essere battuti e che la loro invincibilità era solo una leggenda. Un risultato simbolico di per sé importante, ma certo molto più modesto rispetto all'immagine di vittoria epocale che la retorica cattolica ha tramandato fino ad oggi, e che offre ancora a tanti commentatori poco avveduti (o in mala fede) un argomento pretestuoso per giustificare le loro posizioni anti-islamiche.
L'unico vero significato della vittoria di Lepanto fu la dimostrazione che i tanto temuti turchi potevano essere battuti e che la loro invincibilità era solo una leggenda. Un risultato simbolico di per sé importante, ma certo molto più modesto rispetto all'immagine di vittoria epocale che la retorica cattolica ha tramandato fino ad oggi, e che offre ancora a tanti commentatori poco avveduti (o in mala fede) un argomento pretestuoso per giustificare le loro posizioni anti-islamiche.
Lepanto
fu quello che oggi definiremmo un grande successo d'immagine per
l'Europa cristiana, un simbolo da ostentare come risarcimento per lo
shock della perdita di Costantinopoli e come riscatto di fronte a un nemico al
quale per secoli ci si era sentiti inferiori.
giovedì 6 settembre 2012
Cosa si intende per "Public History"?
In
America la chiamano “Public History” e consiste nel generare e diffondere il sapere
storico presso il pubblico più ampio e variegato possibile, servendosi di qualsiasi medium a disposizione. Non la
storia che si insegna noiosamente a scuola, dunque, non quella specialistica
delle università, nemmeno quella delle ricerche ristrette a pochi
“esperti” autoreferenziali. Il concetto di Public History è
quello di una divulgazione sans frontières della storia, fatta
attraverso i libri, i giornali, le riviste, i siti internet e i blog,
gli ebook, la radio e la tv, ma anche le mostre, i musei, i convegni
aperti a tutti, le manifestazioni pubbliche e qualsiasi altro mezzo
possibile.
Nel
mondo anglosassone è un concetto molto comune e si usa per
distinguere tutto quell'ambito di professioni e attività che
riguardano lo studio della storia al di fuori della ristretta
comunità degli storici in senso classico, quelli che appartengono
cioè alla “Academic History”. Ciò non vuol dire che i due mondi
siano separati e incompatibili. Al contrario, sono due aspetti di una
stessa “missione” realizzata con mezzi differenti. Molte
università americane propongono degli specifici corsi di studio in
Public History ed esiste anche un'associazione nazionale, il National Council on Public History, con sede a Indianapolis, che riunisce le diverse
professionalità impegnate in questo campo.
Dando
un'occhiata a Wikipedia (in inglese, perché in italiano non esiste
nemmeno una pagina corrispondente) si può avere una definizione
sintetica ed efficace di Public History:
«Public
history è un'espressione che descrive un'ampia gamma di attività
svolte da persone a vario titolo formatesi nell'ambito delle
discipline storiche che generalmente lavorano al di fuori
dell'ambiente accademico. La pratica della Public history è radicata
soprattutto in aree come la conservazione dei beni storici, le
scienze archivistiche, la storia orale, la cura dei musei e altre.
L'espressione Public History ha iniziato ad essere usata negli Stati
Uniti e in Canada verso la fine degli anni Settanta e da allora ha
conosciuto una costante crescita nei livelli di professionalità dei
vari addetti. I principali ambienti nei quali il public historian
lavora sono i musei, le dimore storiche, i siti di interesse storico,
i parchi, i luoghi di celebri battaglie, gli archivi, le società di
produzione televisiva e cinematografica e gli enti pubblici.»
Serge
Noiret, dell'Istituto Universitario Europeo, scrive in un suo saggio sull'argomento:
«Il
public historian offre storiografia, crea fonti, costruisce siti per
aumentare la consapevolezza della storia e la permanenza delle memorie collettive al di fuori degli ambienti accademici, anche con
operazioni di divulgazione scientifica e d'insegnamento della storia
al servizio di datori di lavoro pubblici, ma anche privati.»
Oggi
la diffusione del sapere storico può avvenire in modo ancora più
ampio e rapido attraverso le risorse del web, in un'accezione più
estesa e attuale del termine public. Le
possibilità che ha oggi la storia di interessare e coinvolgere il
grande pubblico, uscendo dalle aule universitarie e dai convegni
elitari, sono infinitamente più grandi che in passato. Questo
potrebbe accelerare la diffusione – già in atto – anche in
Italia del concetto di “storia pubblica” o “storia per tutti”,
che non è solo un modo di intendere gli studi storici, ma anche un
ben preciso settore professionale, con tutte le occasioni di lavoro
che potrebbe offrire se fosse adeguatamente valorizzato.
lunedì 3 settembre 2012
Quando i re di Spagna facevano bancarotta
Le crisi finanziarie
non sono una prerogativa del mondo moderno. Anche se oggi i
meccanismi del credito e il sistema monetario e bancario sono
decisamente più ampi e complessi che in passato, certe dinamiche
riguardo l'indebitamento pubblico sono rimaste le stesse. Nel Cinque-Seicento, ad
esempio, avvenne più volte che i sovrani di Spagna, travolti
dai debiti, dichiarassero la bancarotta.
Le prime banche,
ossia compagnie di mercanti che offrivano servizi finanziari,
erano nate in Italia nel Basso Medioevo e avevano cominciato a
diffondersi a partire dal Duecento. I più esperti nell'arte del credito furono inizialmente i fiorentini,
che spesso aprivano “filiali” in altri regni della Penisola per
estendere i loro giri d'affari. Banchi come quelli degli Strozzi,
dei Peruzzi,
dei Bardi
erano molto conosciuti e si rivolgevano a clienti
facoltosi ma anche a commercianti, artigiani e piccoli risparmiatori,
movimentando grandi masse di denaro. Per far fronte alle esigenze
pratiche che derivavano da queste attività, i mercanti italiani
inventarono molti degli strumenti creditizi e contabili che si
utilizzano ancora oggi, o perfezionarono quelli già esistenti:
la cambiale
(detta lettera di cambio),
l'assegno circolare,
i buoni del tesoro,
la partita
doppia.
Il legame fra banchieri privati e potere pubblico andò stringendosi ancora di più nel Rinascimento, un'epoca di guerre sanguinose e pressoché continue, combattute
ovunque in Europa da sovrani scaltri e ambiziosi.
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| Jakob Fugger brucia i titoli di credito davanti a Carlo V |
Il più potente fra
i monarchi della terra era Carlo V d'Asburgo, re di Spagna e
poi anche imperatore del Sacro Romano Impero, padrone di un dominio
che attraversava tutte le latitudini. Per sostenere, difendere e
ampliare un impero del genere, Carlo aveva bisogno di enormi quantità
di denaro, che i soli proventi delle tasse non erano in grado di
assicurare. Come altri sovrani prima e dopo di lui, anche
l'imperatore decise di rivolgersi ai mercanti-banchieri per ottenere
prestiti coi quali finanziare le proprie campagne.
I
principali creditori dell'Asburgo furono i Fugger, famiglia di
banchieri tedeschi che arrivò ad annoverare fra i propri clienti
vari monarchi europei, finendo con l'influenzare gli equilibri
continentali con le proprie politiche finanziarie. Ma ciò significò
anche, per i creditori, esporsi a gravi rischi: furono proprio le
sistematiche insolvenze delle varie teste coronate a segnare il
declino e poi il fallimento del banco dei Fugger, come già avvenuto nel Trecento a danno dei Bardi e dei Peruzzi. Carlo V si rivolse
anche ad altri istituti – i catalani avevano acquisito posizioni
importanti nel mercato finanziario, che restava però dominato dai
genovesi – e alla sua abdicazione, nel 1556, lasciò in eredità al
figlio, insieme alla corona di Spagna, una montagna di debiti (si
parla di circa 30 milioni di ducati).
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| Filippo II di Spagna ritratto da Tiziano (1549-50) |
Filippo
II non aveva la stessa passione del padre per le spedizioni e le
conquiste. Era un uomo mite, solitario, eternamente rinchiuso fra le
mura di quella reggia-monastero che era l'Escorial. Qualche
guerra dovette combatterla anche lui, in particolare per mantenere il
controllo delle Province Unite (gli odierni Paesi Bassi) che
si ribellavano al dominio spagnolo. Ma anche in tempo di pace le
spese della Corona crescevano a dismisura, in parallelo con
l'espandersi delle strutture burocratiche dello Stato. I debiti
accumulati nei confronti dei banchieri divennero presto
inestinguibili e a ripagarli non bastarono gli aumenti di tasse,
basate peraltro su un sistema di prelievo inefficiente.
Nel
1557 Filippo II si risolse a prendere una decisione estrema:
dichiarare la bancarotta. In realtà si trattava di qualcosa
di molto diverso dalla bancarotta di una comune impresa privata. Il
sovrano, in virtù del suo potere, stabiliva unilateralmente la
riconversione dei prestiti a breve termine (detti juros e
caratterizzati da alti tassi d'interesse) in titoli di debito
consolidato (detti asientos), che avevano termini di
scadenza più lunghi e interessi più bassi. Lo Stato dichiarava
bancarotta ma a fallire erano dunque i banchieri, che non ottenendo
la restituzione dei prestiti finivano gambe all'aria nel giro di
pochi anni.
I
re di Spagna non impararono mai a gestire in modo accorto le finanze.
Continuarono a ottenere prestiti e ad accumulare debiti, arrivando a
dichiarare fallimento ancora molte volte: nel
1560, 1575, 1596, 1607, 1627, e ben quattro volte fra il 1647 e il
1662.
Si stima che negli ultimi anni del Cinquecento circa la metà degli
introiti previsti della Corona fossero destinati al pagamento dei
debiti. Per i banchieri il legame con i monarchi, se inizialmente
consentì loro di accumulare ricchezze e potere, si rivelò alla
lunga un abbraccio mortale, che rovinò grandi fortune e disperse
immensi patrimoni.
Un re poteva essere un ottimo cliente quando era
in grado di pagare i propri debiti, ma un cliente pessimo quando
arrivava a regolare le sue insolvenze per decreto.
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sabato 4 agosto 2012
Mosca, la Terza Roma
C'è una
città che da almeno cinque secoli rivendica per sé il titolo di
Terza Roma, erede della grandezza imperiale dei Cesari. Si tratta di
Mosca, capitale della Russia e sede di uno dei più importanti
patriarcati della Chiesa ortodossa. Come nasce questo collegamento?
L'idea che l'eredità di Bisanzio fosse stata legittimamente raccolta dai Russi del Principato di Moscovia risale agli inizi del Cinquecento, ossia alcuni decenni dopo la caduta di Costantinopoli. Il sultano ottomano Mehmet II, che aveva conquistato la città il 29 maggio 1453, si attribuì il titolo di imperatore dei Romani, ma il mondo cristiano non lo accettò come tale. L'aquila imperiale, scalzata dalla sua millenaria sede sul Bosforo, cercava una nuova patria e la trovò anni dopo sulle sponde della Moscova.
L'idea che l'eredità di Bisanzio fosse stata legittimamente raccolta dai Russi del Principato di Moscovia risale agli inizi del Cinquecento, ossia alcuni decenni dopo la caduta di Costantinopoli. Il sultano ottomano Mehmet II, che aveva conquistato la città il 29 maggio 1453, si attribuì il titolo di imperatore dei Romani, ma il mondo cristiano non lo accettò come tale. L'aquila imperiale, scalzata dalla sua millenaria sede sul Bosforo, cercava una nuova patria e la trovò anni dopo sulle sponde della Moscova.
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| Mehmet II entra in Costantinopoli, 29 maggio 1453 |
In
realtà, l'idea che i popoli slavi fossero i continuatori della
civiltà bizantina si era fatta strada già nel corso del Trecento in
area balcanica, quando la capitale bulgara Tarnovo si era fregiata
del titolo di Città dei Cesari alla pari di Costantinopoli. A Bisanzio si doveva l'evangelizzazione dell'Europa dell'Est nel X secolo, motivo per cui l'intero complesso dei popoli slavi gravitava da sempre nell'orbita culturale della compagine bizantina. Di fronte al progressivo assoggettamento della Bulgaria da parte dei turchi, il vescovo bulgaro Cipriano fuggì a Mosca e nel 1381 ne divenne metropolita, trasferendo alla città l'idea di un legame di continuità con la capitale di
Costantino, che ormai aveva perso il suo potere e la sua grandezza
sotto i colpi dell'avanzata ottomana.
Il primo
a rivendicare apertamente il titolo di Terza Roma per la città di
Mosca, nella seconda metà del Quattrocento, fu il principe Ivan III
di Moscovia, che avendo sposato la nipote di Costantino XI, ultimo
imperatore bizantino, si considerava a pieno titolo erede della
dignità imperiale. La pretesa che Mosca fosse la nuova sede
legittima dell'aquila bicipite poggiava anche su motivazioni
religiose: i Russi diventavano i nuovi difensori della fede ortodossa
non solo contro l'Islam ma anche contro il cattolicesimo romano, che
a lungo aveva cercato di sottomettere le chiese orientali al
principio della supremazia del Papato. Mosca ereditava dunque la
stessa funzione spirituale che era stata di Bisanzio e il suo
patriarcato acquisiva grande importanza e prestigio nel mondo
ortodosso, anche se non arrivò mai ad esercitare una potestà
esclusiva come quella del vescovo di Roma sulla chiesa occidentale. A
rafforzare le rivendicazioni di Mosca contribuiva anche il fatto che
la città, al pari di Roma e Costantinopoli, sorgeva su un complesso
di sette colli: il suo destino era dunque inscritto nella sua stessa
origine.
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| Mosca nel medioevo in un quadro di Apollinarij Vasnecov |
Nel
1510, in un panegirico dedicato a Vasili III, figlio di Ivan III e di
Sofia Paleologa, il principe veniva salutato come erede di Roma e di
Costantinopoli, custode della dignità imperiale e tutore della cristianità
ortodossa. Questa funzione venne ulteriormente rafforzata dal successore Ivan IV il Terribile, che nel 1547 fu il primo sovrano russo ad essere incoronato. Il testo della cerimonia, scritto dal metropolita Macario, si riferiva apertamente alla dottrina della Terza Roma e fu la base sulla quale gli zar fondarono anche in futuro la loro pretesa di essere i continuatori dell'impero romano. L'investitura di Mosca come Terza Roma poteva dirsi
completata.
venerdì 27 luglio 2012
La strana crociata di Federico II
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| Federico II di Svevia |
Se c'è
un personaggio eccentrico nella storia dell'Europa medievale, quello
è sicuramente Federico II di Hohenstaufen, re di Germania e di
Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero. Soprannominato “Stupor
Mundi” ("Meraviglia del mondo") per le sue eccezionali qualità, il sovrano svevo fu anche
protagonista della più singolare delle crociate che l'Occidente
cristiano abbia mosso contro l'Oriente musulmano. Nel computo
“ufficiale” delle spedizioni figura generalmente come la Sesta
crociata, ma vari storici hanno preferito indicarla come “la
crociata di Federico”, proprio a sottolinearne il carattere di
unicità.
L'erede
della casata del Barbarossa era stato allevato presso la corte papale
durante il pontificato del grande Innocenzo III, il cui successore,
Onorio III, era molto legato al giovane principe in quanto suo
istitutore. Fin dal 1220, in cambio dell'incoronazione a imperatore,
il papa aveva chiesto a Federico di guidare una spedizione in
soccorso dei cristiani d'Oriente, il cui regno era stato notevolmente
ridotto dalle conquiste di Saladino (la stessa Gerusalemme era caduta
nelle mani dei musulmani nel 1187).
Il sovrano tergiversò, preso
com'era dall'urgenza di consolidare il proprio potere in Sicilia e in
Germania e impegnato nel tentativo di sottomettere anche le città ribelli
dell'Italia settentrionale. La partenza venne di volta in volta
rimandata, provocando il disappunto del pontefice e la delusione dei
franchi di “Outremer”, che avevano bisogno del suo aiuto.
Per
potersi presentare in Oriente vantando titoli di legittimità, il 9
novembre 1225 Federico sposò a Brindisi Jolanda di Brienne, erede
del regno di Gerusalemme, dalla quale ebbe un figlio, Corrado. Come re consorte la sua leadership sulla crociata e sui
nobili di Outremer era fuori discussione ed egli poteva finalmente
partire. Ma chiese ancora una dilazione di due anni, che impedì ad
Onorio, morto nel marzo 1227, di vedere realizzato il proprio desiderio. Il
successore, Gregorio IX, fu molto più severo e risoluto: quando la
spedizione, partita da Brindisi nell'agosto 1227, rientrò
rapidamente ad Otranto a causa di un'epidemia scoppiata a bordo delle
navi, il papa scomunicò Federico II e lo diffidò dal recarsi in
Terrasanta. L'imperatore ignorò l'anatema pontificio e nel 1228
diede finalmente il via alla sua crociata.
Dopo una
sosta a Cipro, nella quale provocò una guerra civile fra i baroni
del regno cipriota nel tentativo di stabilire su di esso la propria
sovranità, a settembre Federico sbarcò ad Acri, capitale del regno
cristiano, dove apprese che papa Gregorio lo aveva nuovamente
scomunicato per essere partito senza essersi riconciliato con la
Chiesa. Un capo crociato scomunicato non si era mai visto in Oriente
e questo spinse molti baroni locali ad un atteggiamento distaccato
nei suoi confronti. Inoltre, era evidente che il sovrano svevo aveva
intenzione di imporsi come autocrate dell'intero Oriente cristiano,
dove tradizionalmente il potere era gestito da tutti i membri della
nobiltà riuniti nell'Alta Corte. L'unico sostegno gli veniva dai
soldati tedeschi e italiani partiti con lui dalla Puglia e
dall'Ordine dei cavalieri teutonici, mentre l'aristocrazia
palestinese e gli ordini militari dei Templari e degli Ospitalieri
gli erano ostili.
| Federico II e Malik al-Kamil |
Federico
non era un fanatico religioso. Esperto di teologia e filosofia, era
al contrario molto critico nei confronti del cristianesimo e della
Chiesa di Roma e nutriva un autentico interesse nei confronti della
cultura orientale e della religione islamica. Cresciuto in una
Sicilia cosmopolita e tollerante, conosceva l'arabo, aveva amici
musulmani ed era in buoni rapporti col sultano d'Egitto Malik
al-Kamil, contro il quale in teoria era stata mossa la sua crociata.
E in effetti la guerra non ci fu: i due sovrani evitarono lo
scontro e preferirono trovare un'intesa vantaggiosa per entrambi, firmando il 18 febbraio 1229 un accordo che prevedeva la cessione ai
cristiani di Gerusalemme, Betlemme ed altre città della Galilea, oltre a una pace di dieci anni.
I baroni
del regno furono sconcertati da quel risultato. Trovavano
inammissibile che la Città Santa fosse stata riconquistata senza
colpo ferire e non potevano tollerare che ai musulmani fosse stato
riconosciuto il diritto di continuare a disporre liberamente dei loro
luoghi di culto. Anche per gli islamici il sultano aveva tradito la
fede e in molti abbandonarono la città. Federico si aspettava di
essere celebrato come il trionfatore di quella singolare crociata
pacifica, ma ad Acri l'accoglienza fu fredda e la Chiesa locale
arrivò a lanciare l'interdetto su Gerusalemme se avesse accolto un
sovrano scomunicato.
Il 17
marzo 1229 Federico entrò nella Città Santa in un'atmosfera dimessa
e quasi tetra. Accompagnato da un piccolo seguito di cavalieri
teutonici, di soldati italiani e tedeschi e da due amici vescovi,
unici rappresentanti del clero, l'imperatore attraversò le vie
deserte della città e prese dimora nella sede che era stata degli
Ospitalieri. L'indomani la sparuta compagnia si recò alla chiesa del
Santo Sepolcro per la messa, ma non fu trovato nemmeno un prete.
Allora Federico prese dall'altare la corona reale che vi aveva fatto
collocare e se la pose sul capo proclamandosi re di Gerusalemme in
forza dei diritti di suo figlio Corrado (la moglie Jolanda era morta
infatti già prima della partenza della spedizione). Dopo questa
lugubre cerimonia, l'imperatore visitò i luoghi santi dell'Islam: i cronisti riportano la manifesta ammirazione del sovrano per quella
cultura e le frasi di malcelato disprezzo che pronunciò contro i
cristiani. Un cinismo così ostentato e anticonformista non era
comprensibile per la mentalità di allora, né dai cristiani né dai
musulmani. Già il giorno dopo Federico e il suo seguito lasciarono
la città, sulla quale cadeva l'interdetto della Chiesa.
| Gli Stati crociati di "Outremer" nel 1229-1241 |
Rientrato
ad Acri, il sovrano nominò dei suoi rappresentanti, urtando
ulteriormente i sentimenti di autonomia dei baroni locali, e il 1°
maggio si recò al porto per rientrare in Europa. Scelse di partire
all'alba, per non farsi vedere da nessuno, ma molti abitanti di Acri
si accorsero della sua partenza e gli lanciarono contro budella di
animali e sterco, mentre l'imperatore si imbarcava imprecando. La
strana crociata del sovrano più potente del mondo finiva così, nel
disonore e nell'amarezza.
Il
bilancio finale era molto scarso: Gerusalemme era rientrata nelle
mani dei cristiani ma era di fatto indifendibile e il sultano avrebbe
potuto riconquistarla in qualsiasi momento. Il regno cristiano era
stato offeso nelle sue istituzioni e indebolito dalle lotte intestine
provocate da Federico, che avrebbe continuato ad esercitare la sua
influenza deleteria anche negli anni successivi. Lo Stupor Mundi, che
tante imprese gloriose avrebbe compiuto in Europa, lasciava nel
Levante un pessimo ricordo di sé: per quanto affascinato dalla
cultura orientale, Federico rimaneva un sovrano occidentale.
Lui e
l'Oriente non si compresero mai fino in
fondo.
venerdì 20 luglio 2012
La dominazione spagnola in Italia
Quando
si parla di dominazione spagnola si pensa subito a un periodo di
decadenza e di miseria. Vengono alla mente immagini “manzoniane”
di epidemie di peste, tasse opprimenti, soprusi dei dominatori sulla
povera gente. È un'idea realistica o solo una leggenda? Cos'è stata
davvero per l'Italia la dominazione spagnola?
![]() |
| Carlo V, re di Spagna e imperatore |
Questa
situazione di sottomissione politica alla Spagna si protrasse almeno
fino alla fine del Seicento, quando la crisi dinastica per la
successione al trono di Madrid aprì la strada ad una nuova egemonia
straniera, quella dell'Austria.
Fu
davvero un secolo e mezzo di decadenza e sfruttamento, o ci fu
dell'altro? Indubbiamente le forme del dominio spagnolo in Italia
furono per molti versi opprimenti: il fiscalismo, da sempre
eccessivo, si fece ancora più intollerabile nel Seicento, quando il
peso dei costi delle campagne militari fu scaricato in gran parte sui
possedimenti italiani. La Spagna veniva identificata come il braccio
armato della Chiesa della Controriforma, pronta a negare ogni spazio
di libertà. Dall'esasperazione popolare scaturirono la rivolta di
Masaniello a Napoli nel 1647 e vari altri episodi di sollevazione
popolare, sempre duramente repressi. Le condizioni di vita generali
erano insoddisfacenti, le epidemie frequenti e la ricchezza
concentrata nelle mani di un ceto baronale sempre forte e irrequieto.
![]() |
| La rivolta di Masaniello (Napoli, 1647) |
Ma la
dominazione spagnola non fu solo questo. Una prima revisione della
“leggenda nera” del periodo fu tentata da Benedetto Croce, il
quale accusò la storiografia nazionalista del periodo
risorgimentale (da Vincenzo Cuoco a Francesco De Sanctis) di aver
attribuito alla Spagna delle colpe politiche ed economiche eccessive,
senza riconoscere le conseguenze positive del controllo iberico sulla
penisola. Il dominio spagnolo garantì il consolidamento delle
strutture dello Stato moderno in contrapposizione allo strapotere
destabilizzante dei baroni, favorì una «vita politica nazionale» e
assicurò all'Italia quasi un secolo di pace ininterrotta, mentre il
resto d'Europa continuava a subire i danni di guerre e conflittualità
dalle motivazioni religiose e politiche. A fronte di un gravoso
prelievo fiscale, le popolazioni italiane potevano dunque beneficiare
di una situazione di stabilità e di sicurezza invidiabile per
l'Europa dell'epoca.
Una
certa decadenza economica dell'Italia in effetti ci fu, ma non si
trattò di una conseguenza diretta dell'egemonia spagnola. Fu un
fenomeno più generale, collegato al declino del Mediterraneo come
spazio commerciale a vantaggio delle rotte atlantiche inaugurate
dalla scoperta e dalla colonizzazione del Nuovo Mondo. Gli interessi
e la prosperità delle città mercantili italiane furono compromessi
dallo spostamento a nord dell'asse dei traffici, che avrebbe
arricchito le potenze emergenti dell'Inghilterra e dei Paesi Bassi e
avrebbe finito col danneggiare anche la florida Venezia.
Accusare
la Spagna imperiale di tutte le sventure dell'Italia dell'epoca è
dunque un'esagerazione storiografica, che non tiene conto degli
effetti anche positivi che quel dominio comportò. Con la formula
dell'antispagnolismo si è data spesso una risposta comoda e
convincente alle tante domande sui problemi endemici del Meridione e
sulle ragioni del divario Nord-Sud, ma questa visione piatta e
unidimensionale non permette di capire a fondo la realtà del dominio
spagnolo.
martedì 5 giugno 2012
Come nasce il Gay Pride
Giugno, tempo di Gay Pride Parade, le
parate dell'orgoglio omosessuale che si svolgono in molte città del
mondo per reclamare visibilità e diritti per le persone gay. Ma qual
è l'origine di questa festosa e controversa manifestazione? Perché
proprio a giugno?
| Il Gay Pride del 2011 a New York |
Tutto ha avuto inizio nel 1969 a New York, con i moti dello Stonewall Inn, considerato l'atto di nascita del movimento di liberazione omosessuale. Negli Stati Uniti l'intero decennio degli anni Sessanta era stato attraversato da tensioni continue fra polizia e persone gay, lesbiche e transessuali, riflesso del più ampio fenomeno di mobilitazione contro le discriminazioni che stava interessando la società americana. Erano gli anni delle marce per i diritti dei neri, il periodo di incubazione del femminismo, l'inizio di un risveglio civile e politico che avrebbe portato alla rivoluzione dei costumi sessuali e del diritto di famiglia.
L'intolleranza delle autorità verso le
componenti omosex della società era avallata dalla legge, che
discriminava apertamente i gay e perseguiva penalmente la sodomia. A
New York era consentito ai proprietari dei locali di rifiutarsi di
servire gli omosessuali, il che dava origine a frequenti liti,
arresti, abusi e denunce contro i poliziotti. Il codice penale dello
stato di New York puniva i gestori di locali che servivano persone
gay per “favoreggiamento” dell'omosessualità, descritta come
«crimine contro la natura».
| Lo Stonewall Inn nel 1969 |
Il locale newyorchese che si oppose più
energicamente a tale legislazione fu lo Stonewll Inn, nel Greenwich
Village, che divenne il punto di riferimento per la comunità
omosessuale del quartiere. Le retate della polizia erano frequenti e
i gestori finivano spesso al commissariato di polizia per violazione
delle leggi dello stato. Il 28 giugno 1969, di fronte all'ennesimo raid dell'NYPD, i frequentatori del locale, le drag
queen e i giovani della zona reagirono con la forza: si ebbero lanci
di pietre e bottiglie, scontri fisici, spuntò anche qualche
coltello, mentre la voce si spargeva alle strade vicine e altre
persone si univano alla sommossa contro la polizia. Gli scontri
andarono avanti per ben sei giorni e segnarono l'inizio della
mobilitazione politica per il riconoscimento dei diritti dei gay.
Un mese dopo, il 4 luglio, alcuni
membri della Mattachine Society – un gruppo di attivisti che già
nel 1966 aveva manifestato contro la discriminazione dei gay nei
locali di New York – organizzò un picchetto di protesta davanti
alla Independece Hall di Philadelphia.
Il 28 giugno 1970, nell'anniversario
della rivolta di Stonewall, Craig Rodwell e altri attivisti diedero
vita ad una manifestazione chiamata Christopher Street Liberation
Day, una marcia pacifica dallo Stonewll Inn a Central Park per
reclamare diritti e dignità per tutti gli omosessuali e i
transgender. Quello fu il primo Gay Pride della storia, nato fin
dall'inizio come occasione per dare visibilità al mondo gay e
sensibilizzare l'opinione pubblica e il potere sul tema dei diritti e
della lotta contro le discriminazioni.
Oggi, a distanza di 42 anni, le parate
dell'orgoglio Lgbt si tengono in numerose città del mondo e giugno è
diventato il mese simbolo delle battaglie del movimento omosessuale.
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