lunedì 28 maggio 2012

Salsedo come Pinelli, il destino di due anarchici


Tutti conoscono la tragica storia di Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico che il 15 dicembre 1969 morì precipitando da una finestra della Questura di Milano durante un interrogatorio sulla strage di piazza Fontana avvenuta tre giorni prima. A distanza di 43 anni da quella notte la verità sulla sua morte non è stata ancora accertata: fu un suicidio, come sostennero i poliziotti presenti, o l'estrema conseguenza di un interrogatorio brutale finito fuori controllo? Un mistero che si è unito ai tanti che ancora oggi avvolgono quell'episodio drammatico della storia italiana, raccontato dal recente film Romanzo di una strage.

Quello che in pochi sanno è che la vicenda di Pinelli ha un precedente. Quarantanove anni prima, il 3 maggio 1920, un uomo di 39 anni, anche lui anarchico, morì in circostanze misteriose precipitando da una finestra del Park Row Building di New York, sede del Dipartimento di Giustizia americano.

Andrea Salsedo, questo era il suo nome, era un italiano di Pantelleria arrivato negli Stati Uniti dieci anni prima. Formatosi nelle idee dell'anarchismo, una volta giunto a New York fu tra gli animatori di un gruppo anarchico costituito da alcune decine di immigrati italiani, tra i quali i più noti saranno Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Attentato anarchico a Wall Street, 1920

Uomo di spicco del gruppo era Luigi Galleani, che diede vita ad un periodico chiamato Cronaca Sovversiva, nel quale si faceva esplicito riferimento alla violenza come metodo di lotta politica. Il giornale fu chiuso nel 1918 e Galleani arrestato l'anno successivo, ma le attività del gruppo continuarono. Salsedo si occupò di pubblicare un nuovo opuscolo chiamato Plain Words e si ebbero nuovi episodi di attentati dinamitardi e campagne di opinione contro le autorità. Il suo nome fu incluso dai servizi segreti americani nella lista dei più pericolosi nemici pubblici. Costretto a rifugiarsi in Messico insieme ad altri compagni per sfuggire all'arruolamento nell'esercito, fu arrestato dalle autorità federali nel febbraio del 1920.

Un'immagine di New York nel 1920
Il 3 maggio, durante uno degli interrogatori negli uffici del Bureau of Investigation, diventato poi l'FBI, Salsedo precipitò dal quattordicesimo piano dell'edificio di Park Row. Unico testimone al di fuori dei federali fu il suo compagno di lotta Roberto Elia, il quale inizialmente confermò la tesi del suicidio, affermando che Salsedo aveva scelto la morte pur di non tradire i compagni. Il giornalista e scrittore Carlo Tresca raccontò che in un secondo tempo Elia aveva ritrattato la propria testimonianza, accusando i federali di aver provocato la morte di Salsedo. Come andarono veramente i fatti non è stato mai accertato.

La tragedia scatenò molte reazioni. Mezzo secolo prima di Pinelli, nell'opinione pubblica americana si apriva un dibattito fra sostenitori del suicidio e sostenitori dell'omicidio del tutto identico a quello che avrebbe avvelenato la vita pubblica italiana alla fine del 1969, e che avrebbe innescato l'escalation conclusasi con l'uccisione del commissario Luigi Calabresi nel 1972.

La tragica coincidenza fra i destini di Andrea Salsedo e Giuseppe Pinelli, così distanti nel tempo e nello spazio, rimane ancora singolare e lascia aperte domande e dubbi sulla esatta dinamica delle loro morti.

venerdì 18 maggio 2012

Come sarà rimosso il relitto della Costa Concordia?

Ecco un video con animazioni in 3D che spiega come si svolgerà la rimozione del relitto della nave Costa Concordia, semiaffondata lungo le coste dell'isola del Giglio il 13 gennaio 2012. L'operazione, considerata la più grande impresa di questo genere mai compiuta, partirà nel corso del mese di maggio e durerà circa un anno. La sciagura marittima ha provocato trenta morti e due dispersi.



fonte: repubblica.it

mercoledì 16 maggio 2012

Com'è cambiata l'Europa negli ultimi mille anni

Quanto è cambiata la mappa politica del Vecchio Continente negli ultimi dieci secoli? Quanti stati, staterelli o grandi imperi sono sorti e poi crollati nell'arco di un millennio, a colpi di guerre, invasioni, migrazioni e conquiste?

Ecco un filmato in time lapse che in soli tre minuti riassume le centinaia di variazioni territoriali che hanno segnato la storia europea dall'anno 1000 al 2003, mostrando in modo sorprendentemente efficace la lunga genesi dell'Europa che conosciamo oggi (e che speriamo si riveli più stabile di quella di ieri).



fonte: corriere.it

martedì 15 maggio 2012

"Orbis", il Google Maps dell'Antica Roma

Si chiama Orbis ed è un'applicazione online che permette di calcolare quanto sarebbe durato (e costato) un viaggio tra una città e l'altra dell'Impero romano. Il progetto è stato sviluppato da un team di storici e di esperti di tecnologie informatiche della Stanford University, in California, ed è utilizzabile gratuitamente da questo sito. 

L'applicazione ha un'interfaccia simile a quella di Google Maps o altri tool di geolocalizzazione, compresi i software dei navigatori satellitari. Una mappa navigabile dell'impero, con le principali città e strade dell'epoca e un box con dei campi in cui inserire le varie informazioni: il luogo di partenza, quello di arrivo, il periodo dell'anno, il tipo di percorso (più veloce, più breve, più lento), i metodi di viaggio (militare, privato, a cavallo). Una volta inseriti i dati, Orbis calcolerà i tempi medi del viaggio e anche il costo in denarii, incrociando una grande quantità di variabili per dare la risposta più verosimile. Sulla mappa compariranno le varie linee dell'itinerario, di colore diverso a seconda delle chiavi di ricerca. 

Ad esempio, per andare da Roma a Costantinopoli partendo a gennaio e viaggiando principalmente per nave, un antico romano avrebbe impiegato quasi 21 giorni, coprendo 2951 chilometri e spendendo quasi 600 denarii per pagare pedaggi o animali da soma. Se avesse scelto di viaggiare via terra percorrendo la via più breve in termini di chilometri, tutti gli altri valori sarebbero lievitati: quasi 52 giorni e oltre 2000 denarii di spese. 



Con questo sistema, Orbis è in grado di calcolare una quantità pressoché infinita di ipotesi di viaggio, tutte storicamente verosimili in quanto tengono conto di una miriade di fattori: le strutture stradali, le tecniche di navigazione, le condizioni atmosferiche dovute alle stagioni, le rotte più frequentate, i mezzi a disposizione e molto altro. Per avere un'idea della complessità del progetto basti pensare che il programma considera ben 751 fra città e insediamenti minori, 268 porti, oltre 84mila chilometri di strade e 28mila di canali e fiumi navigabili. Sul sito sono disponibili tutte le informazioni sul modo in cui l'applicazione è stata sviluppata e sugli studi che lo hanno reso possibile. 

Il risultato è davvero sorprendente per la sua precisione scientifica e aiuta a capire in modo rapido e intuitivo cosa volesse dire viaggiare all'epoca dell'Impero romano, quali tempi, mezzi e spese andassero messi nel conto. 

giovedì 10 maggio 2012

La «Belle Époque» fu davvero un'epoca “bella”?


Ancora oggi la chiamiamo Belle Époque, l'epoca bella per eccellenza, con i suoi café chantant, le vie illuminate da lampadine elettriche, il fischio dei treni nelle stazioni, le prime automobili. Un'epoca di ottimismo, di grandi conquiste in tutti gli ambiti del sapere, di invenzioni rivoluzionarie e rapidi cambiamenti.

La Tour Eiffel in costruzione, 1888
Ma era proprio così? Cosa c'è di vero nella immagine romantica e anche un po' nostalgica che abbiamo del periodo che va dal 1870 al 1914?

Qualcosa di vero c'è.
Innanzitutto, la Belle Époque fu un lungo periodo di pace, come non se ne erano mai visti in Europa dai tempi dell'Impero romano. Per millequattrocento anni e oltre, dalle invasioni barbariche in poi, l'Europa era stata attraversata quasi ininterrottamente da conflitti piccoli e grandi, e i periodi di pace erano durati sempre pochissimi anni. Con la fine della guerra franco-prussiana, nel 1871, il continente entrò in una fase nuova, nella quale le potenze non avrebbero più fatto ricorso alle armi per almeno quarant'anni. I conflitti furono tutti confinati al di fuori dello spazio europeo, nelle lontane colonie.

Questo nuovo clima permise una straordinaria fioritura culturale, dominata dal pensiero del positivismo: fiducia nell'uomo e nelle capacità del progresso di migliorare la vita di tutti. In quest'epoca nacquero nuove discipline di studio, si riorganizzò il sapere tradizionale su basi rigorosamente scientifiche, si ebbe una incredibile concentrazione di nuove scoperte e invenzioni che avrebbero cambiato la vita dell'umanità in brevissimo tempo. Si gettavano le basi materiali e culturali del mondo contemporaneo, quella civiltà industriale e urbanizzata che avrebbe dominato il Novecento.

Dettaglio de Il Quarto Stato. 1901
Ma la generale euforia determinata da questa singolare coincidenza di elementi positivi celava già in sé i germi di futuri conflitti e tragedie. L'avvento dell'industria, se da una parte consentiva di raggiungere inimmaginabili livelli di sviluppo, dall'altra provocava acute tensioni sociali. Migliaia di contadini abbandonavano le campagne e si riversavano nelle città in cerca di lavoro nelle fabbriche, per avere la sicurezza di un salario fisso. Nelle periferie urbane crescevano agglomerati degradati e privi di servizi essenziali, dove la criminalità, l'emarginazione e l'insalubrità dei luoghi dominavano. La vita quotidiana di questa nuova classe sociale in rapida crescita, il proletariato, era segnata dalla fatica e dalla miseria, sulle quali i nuovi signori del capitalismo rampante costruivano le proprie grandi fortune. Il Moulin Rouge, le Esposizioni universali, i viaggi di lusso in transatlantico, le prime automobili: simboli della Belle Époque ma accessibili solo a pochi, mentre i molti, chiusi nelle fabbriche anche quattordici ore al giorno, cominciavano a conoscere parole nuove come lotta, rivoluzione, diritti, socialismo.

La Belle Époque è anche l'epoca dei nazionalismi, delle tensioni fra popoli diversi all'interno di immense compagini multietniche come l'Impero austro-ungarico, quello ottomano e quello russo, tutti attraversati da agitazioni, movimenti d'indipendenza, fanatismi sciovinisti che non di rado sfociavano nel terrorismo e negli attentati ai potenti. Ma furono anche tensioni internazionali, dovute alla concezione imperialistica che le potenze europee avevano della politica estera. Fu un periodo di pace, certo, ma di una pace apparente, che nascondeva questioni insolute pronte a riesplodere anche con violenza.

Tutte le nazioni dell'epoca, mettendo a frutto i progressi della scienza e della tecnica, potenziavano ed espandevano i loro arsenali bellici, pronte a difendersi ma anche ad aggredire, in una specie di delirio di onnipotenza in cui nessuno considerò realmente le conseguenze di un'eventuale conflitto su larga scala.

La Belle Époque finì di colpo nel 1914, risucchiata nel baratro della Prima guerra mondiale: l'intreccio di tensioni e interessi contrapposti fra le varie potenze che si era sedimentato in oltre quattro decenni aveva trasformato l'Europa in una polveriera che cercava solo l'occasione per esplodere. La miccia fu l'assassinio di Francesco Ferdinando d'Austria a Sarajevo, ma fu solo il pretesto per dare il via libera alla follia. L'epoca del positivismo, della fiducia nel progresso e nello spirito dell'uomo, finì schiacciata dai suoi stessi frutti, quei ritrovati della scienza che adesso venivano messi al servizio della distruzione. L'Europa entrò in una fase nuova, all'ottimismo subentrava lo smarrimento, la fine delle certezze, la consapevolezza che l'uomo moderno poteva essere capace di un male sempre più grande.

Il Moulin Rouge in un quadro di Eugéne Galien-Laloue (1906)
Forse la Belle Époque appare molto più “bella” e spensierata a chi la guarda col senno di poi che a coloro che la vissero. Contribuiscono ad alimentare questo mito la letteratura, i romanzi vittoriani, la pittura impressionista e tutte quelle forme d'arte che hanno esaltato il meglio di quegli anni. All'analisi storica, invece, non sfuggono le contraddizioni e le ambiguità di quel periodo, che la formula ormai cristallizzata di Belle Époque finisce spesso col nascondere e sminuire.


giovedì 12 aprile 2012

Viaggio nell'impero di Roma

Com'era la vita quotidiana nell'impero romano? Chi avremmo incontrato per le strade? Cosa avremmo visto nelle città e nelle campagne? Sono queste le domande a cui ha cercato di rispondere Alberto Angela nel suo libro Impero. Viaggio nell'impero di Roma seguendo una moneta.

L'espediente narrativo è semplice ma efficace: immaginare di seguire il percorso di un sesterzio, una moneta di uso comune, che passando di mano in mano ci conduce nei luoghi più disparati del mondo romano, permettendoci di conoscere storie, personaggi, ambienti e usanze. Le persone che si incontrano in questo viaggio immaginario non sono frutto della fantasia dell'autore: per quanto il libro si presenti con uno stile romanzato, ogni personaggio è realmente esistito e ciò che sappiamo di lui corrisponde alla ricostruzione biografica che è stato possibile effettuare sulla base di ritrovamenti archeologici e ricerche storiche. Ciò che vediamo in questo libro è dunque una fotografia di quello che doveva essere verosimilmente la vita nell'impero romano ai tempi della sua massima espansione, sotto il regno di Traiano, ossia fra il 98 e il 117.

Osserviamo da vicino i vicoli malsani e i grandi fori di Roma, le città militari della lontana Britannia e gli insediamenti ormai da tempo “romanizzati” della Gallia; poi ancora le località amene della Campania, la grande sconfitta Cartagine e le fastose città del Mediterraneo orientale, fino all'India e gli estremi confini del mondo conosciuto. Ogni luogo e ogni storia permettono di approfondire un aspetto della cultura romana e di misurarne la distanza (talvolta la vicinanza) rispetto alla nostra, con analogie a volte sorprendenti se si considerano gli oltre venti secoli che ci separano da quell'epoca.

Impero ha un carattere dichiaratamente divulgativo, rivolto al grande pubblico, ma riesce a sorprendere ed affascinare anche il lettore esperto, soprattutto per la capacità dell'autore di inserire tutte le notizie storiche in una cornice narrativa coerente e ben sviluppata. Seguendo i vari personaggi scopriamo ad esempio che aspetto avevano le città, come si spostavano i Romani, quali erano le loro attività lavorative e gli svaghi, come si amministravano la giustizia, il potere, il commercio. Apprendiamo i loro modi di vivere, il rapporto con l'occulto, il ruolo delle donne, le modalità abitative, le tecniche di navigazione e tutti quegli aspetti che consentono di formarsi un'idea molto concreta e dettagliata dell'intero mondo romano.

Lo stile, nell'insieme gradevole e mai noioso, non ha incontrato sempre il mio gusto, soprattutto per l'uso eccessivo – direi quasi l'abuso – dei puntini sospensivi e a volte anche dell'esclamativo. Immagino sia un riflesso di quello stile narrativo proprio di Alberto Angela, scandito da pause e sospensioni, che è molto efficace nella divulgazione televisiva ma ridondante in quella scritta. Qualche descrizione mi è sembrata un po' confusa e mi ha lasciato un'immagine ambigua della cosa descritta, ma si tratta di piccole imperfezioni in un'opera nel complesso molto interessante e piacevole, che parla di storia in modo scientifico ma si fa leggere con la scorrevolezza di un romanzo.

martedì 6 marzo 2012

Lo zar Putin: la continuità dell'autoritarismo in Russia


Vladimir Putin è di nuovo presidente della Federazione russa. Il 5 marzo 2012, 59esimo anniversario della morte di Stalin, è stata ufficializzata la sua rielezione. Un voto controverso, la cui regolarità è stata contestata dagli oppositori e su cui anche l'Ocse ha espresso dei dubbi.

Di certo una vittoria così schiacciante (63,75% dei voti) da parte di un personaggio discutibile e discusso come Putin stimola una riflessione sul futuro che i russi immaginano per sé e il proprio paese. I metodi di governo dell'ex funzionario del Kgb, già presidente dal 2000 al 2008 ed "eminenza grigia" della presidenza Medvedev, fanno saltare sulla sedia i veri democratici: censura sistematica, propaganda, forme appena velate di culto della personalità, repressione del dissenso.

Un sistema di esercizio del potere che ha un nome ben preciso: autoritarismo. Il termine è forte e anche in Occidente si tende ad adoperarlo con prudenza, soprattutto nei confronti di un Paese che si professa democratico (come se la democrazia fosse un problema di autocertificazioni e non una concreta prassi politica). I giornali europei parlano spesso di Putin come di uno "Zar", proprio a sottolineare il carattere "dispotico" della sua leadership. Hanno ragione? Si può vedere una linea di continuità con gli autoritarismi che hanno caratterizzato la vita politica russa nel passato?

È indubbio che la Russia di oggi abbia ancora molta strada da fare prima di potersi definire una vera democrazia. Il problema non riguarda solo le strutture politiche e istituzionali, ma la cultura e la mentalità in generale. I russi sono stati abituati per secoli a sottostare a un potere centrale forte, onnipotente, autoreferenziale e chiuso.

La monarchia zarista è stata una forma di assolutismo sui generis, poco o per nulla mitigata dall'onda del pensiero illuminista e della rivoluzione francese. La legge definiva il sovrano "autocrate", dotato cioè di un potere fondato su se stesso e considerato "illimitato". Ancora all'inizio del Novecento lo zar era il padre-padrone della Russia e ogni tentativo di trasformazione dell'autocrazia in senso costituzionale fu duramente contrastato. Solo la rivoluzione del 1905 portò a una parziale apertura, con l'istituzione della Duma e la concessione di blande forme di voto e rappresentanza politica ai ceti borghesi. Lo zar negava molto più di quanto concedeva, e contribuiva ottusamente al rafforzamento delle correnti rivoluzionarie.

La rivoluzione bolscevica del 1917 spazzò via l'ancien régime e stabilì il sistema dei soviet, le assemblee operaie e popolari che avrebbero dovuto generare l'iniziativa politica e trasmetterla al vertice per la sua esecuzione. Il potere veniva trasferito al proletariato, che secondo i principi del marxismo doveva stabilire la propria dittatura temporanea in vista della costruzione del più democratico dei sistemi politici, il comunismo. Ma già negli anni di Lenin (1917-22) il nuovo regime assunse le forme di una dittatura di partito violenta e antidemocratica, che lasciava i russi nella stessa condizione di sudditanza nella quale avevano vissuto sotto lo zarismo. Con Stalin (1922-53) questo sistema dispotico giunse al suo massimo compimento, nelle forme mostruose e aberranti dello stalinismo: terrore a tutti i livelli, persecuzioni, deportazioni di massa, campi di lavoro. 

L'esclusione del popolo russo da qualsiasi canale di partecipazione politica e l'imposizione di un'élite dirigente reclutata e addestrata nel partito ha prolungato per altri settant'anni il ritardo della Russia nella conquista della democrazia. Il crollo dell'Urss e la fine del comunismo, nel 1991, hanno aperto la strada al multipartitismo, alle elezioni democratiche, al capitalismo. Ma l'innesto delle nuove strutture sul vecchio apparato è avvenuto in modo troppo rapido e ha comportato scompensi, forzature, incompiutezze. Molte trasformazioni sono avvenute solo in apparenza: sono cambiati i protagonisti della vita pubblica e imprenditoriale del paese, ma sono rimasti i criteri di concentrazione ed esercizio del potere.

Il personalismo, la corruzione, la manipolazione dell'informazione, talvolta la violenza (contro i giornalisti, ad esempio), il lobbismo, la speculazione: un sistema che si è potuto consolidare negli anni proprio grazie ad una leadership autoritaria come quella di Putin, che ha rafforzato le basi del proprio potere grazie all'alleanza con i militari e i servizi segreti, ma anche blandendo i gruppi industriali, favorendo il carrierismo degli elementi più spregiudicati, adottando cioè il capitalismo nella sua versione più aggressiva. All'ombra dello "Zar" sono in molti ad arricchirsi, secondo un principio di reciproca convenienza: all'uno il potere, agli altri il denaro. A pagare, i russi, cioè il resto della popolazione, che sembra tuttavia accettare questo "neozarismo" fino a che esso sarà in grado di garantire quella crescita del tenore di vita generale che si è registrata in questi ultimi dodici anni. Il prezzo pagato, in termini di diritti negati, diseguaglianze, inefficienze, corruzione, deve sembrare evidentemente equo, se ancora nel 2012 hanno scelto l'autoritarismo. 

Mosca (photo by Dmitry Azovtsev) 
Ma c'è da chiedersi quanto consapevoli siano certe scelte elettorali, in un Paese in cui spadroneggia la propaganda e il sistema educativo non brilla. È proprio l'istruzione, insieme alla diffusione delle informazioni attraverso internet e le nuove tecnologie, la speranza di cambiamento. I regimi si reggono sull'ignoranza e la disinformazione: lo sapevano gli zar, lo sapeva Stalin e il partito comunista, lo sa bene Putin. L'acquisizione di una cultura democratica, legalitaria, garantista e fondata su un'autentica libertà d'opinione è l'unica via possibile per la trasformazione della "autocrazia neoliberale" instaurata da Putin in una vera democrazia occidentale, che spezzi definitivamente quella continuità dell'autoritarismo che ancora opprime il popolo russo. Ma il voto del 4 marzo non fa ben sperare.